Mastoplastica riduttiva

L’ipetrofia delle mammelle, detta anche gigantomasia, può essere di tipo pberale (associata alla pubertà), gestazionale (associata alla gravidanza) e idiopatica (senza causa apparente). Può essere inoltre mono o bilaterale. Si tratta di una condizione comune e richiede trattamento chirurgico allorquanto i seni di grosse dimensioni siano causa si una sintomatologia importante e qualora la paziente richieda un miglioramento estetico.

Esistono diverse classificazioni che cratterizzano la gignto mastia, ma ai fini chirurgici il parametro più importante è rappresentato dalla distanza tra il giugulo e il capezzolo. Quando questa supera un certo valore, è speso necessario provvedere all’asportazione del capezzolo e al suo successivo reimpianto come innesto libero (vd tecnica thorek più avanti nel testo).

Nella maggior parte dei cai però, la distanza giugulo capezzolo permette al chirurgo di confezionare un “lembo porta-areola” che consente un normale posizionamentoe di un complesso areola-capezzolo vitale.

Le pazienti possono lamentare una sintomatologia dolorosa a livello del dorso e del collo, irritazione della cute nelle zone di frizione tra la cute mammaria e quella del torace fino anche a vere e proprie deformità del sistema scheletrico vertebrale.

L’intervento di mastoplastica riduttiva, oltre che a portare un marcato miglioramento décolleté, è in grado di ovviare alla sintomatologia migliorando notevolmente la qualità di vita delle pazienti.

L’intervento viene eseguito in anestesia generale e consiste nell’asportare il tessuto ghiandolare, adiposo e cutaneo in eccesso per modellare le mammelle riducendone le dimensioni. Esistono numerose tecniche che variano in base al tipo di cicatrice residua e in base alla porzione di tessuto (peduncolo) responsabile della vitalità del complesso areola-capezzolo.

Le cicatrici residue, in pazienti con buona qualità della cute, sono nella maggior parte dei casi scarsamente visibili. Per le pazienti che desiderino allattare in futuro, è bene sapere che la maggior parte delle tecniche chirurgiche potrebbero danneggiare permanentemente il sistema dei dotti galattofori, rendendo pertanto la lattazione impossibile.

Il recupero dopo l’intervento è rapido. Già dopo 10 giorni circa si può ritornare alle normali attività. Le mammelle appariranno edematose (gonfie) per un periodo di tempo variabile per poi assestarsi ed assumere la morfologia definitiva.

Le complicanze sono rare e dipendono sia da errori di tecnica che da fattori di rischio legati alla paziente. La scelta di una tecnica chirurgica non adeguata al singolo aumenta significativamente il rischio di complicanze. Allo stesso modo le pazienti fumatrici hanno un rischio elevato di complicanze quali deiescenza (apertura) della ferita e necrosi del complesso areola capezzolo. Pertanto è consigliabile smettere di fumare almeno 3 settimane prima dell’intervento e nelle settimane successive.


CICATRICE A “T INVERTITA”

tE’ il pattern di cicatrice più impiegato.Le cicatrici finali saranno presenti intorno all’areola, a livello della verticale della mammella (tra il bordo infriore dell’areola e il solco sottomammario) e a livello del solco sottomammario.


 CICATRICE VERTICALE

Questa tecnica è stata concepita da Lassus e Lejour. E’ in grado di assicurare una maggiore stabilità della proiezione mammaria nel tempo. Benchè molti chirughi considerino le dimensioni delle mammelle un fattore che può limitare l’impiego di tale tecnica, non esistono reali limitazioni, ma soltanto l’esperienza del chirurgo e la sua confidenza con la procedura. Le cicatrici interesseranno l’areola circolarmente e la verticale dal bordo inferiore dell’areola fino a 2 cm superiormente al solco sottomammario.


 TECNICA THOREK (innesto libero di capezzolo)

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Quando le mammelle hanno deimensioni sproporzionate tali da non assicurare la sopravvivenza del lembo porta-areola, è possibile effettuare l’intervento di riduzione mammaria con innesto libero di capezzolo. Le pazienti nel postoperatiorio presentano perdita di sensibilità del capezzolo. L’innervazione dell’innesto infatti è tardiva e non è mai sovrapponibile a quella originaria.

 


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