CICATRICI IPERTROFICHE E CHELOIDEE

Le cicatrici ipertrofiche e cheloidee sono caratterizzate da una disregolarizzazione dei segnali molecolari responsabili dell’arresto della fase riparativa cellulare, con un aumento locale dei fattori di crescita che determinano un aumento della fibros (TGF-beta , FGF, ecc. ).1 E’ stato dimostrato inoltre un difetto negli eventi alla base della apoptosi, ovvero della morte cellulare programmata.2 Le cicatrici ipertrofiche ed i cheloidi si verificano esclusivamente negli esseri umani, e non esistono quindi modelli sperimentali validi ai fini di studio.

Le cicatrici ipertrofiche sono limitate alla cicatrice originaria. Sono rilevate, arrossate e tendono alla regressione con il tempo; sono più frequenti in zone dove esiste una maggiore tensione cutanea come a livello del torace, del dorso e delle estremità.

I cheloidi sono caratterizzati invece dalla crescita aberrante del tessuto cicatriziale che si estende oltre i limiti della cicatrice originaria, dalla non regressione e dalla recidiva frequentemente dopo asportazione chirurgica.


I cheloidi sono più comuni nelle popolazioni di origine africana ed hanno una marcata tendenza familiare.3 Sono costituiti prevalentemente da collagene immerso in una matrice acellulare ad eccezione di rari fibroblasti disposti perifericamente ad i cordoni fibrosi.4 La stimolazione in vitro di fibroblasti prelevati da cicatrici cheloidee con TGF-beta, causa un aumento dell’espressione dei geni deputati alla produzione di collagene.5

Anche in questo caso le regioni anatomiche più coinvolte sono quelle caratterizzate da un’elevata tensione cutanea come la regione dorsale, la regione toracica e gli arti. Altro sito dove è frequente la formazione di cheloidi è il lobo auricolare.

Uno dei fattori di rischio maggiormente implicati nello sviluppo di tali cicatrici è la guarigione per seconda intenzione specialmente in casi di infezioni prolungate, di ustioni o in presenza di corpi estranei. E’ da ricordare inoltre che esistono casi di insorgenza spontanea di cheloidi in assenza di pregresse lesioni.

Istologicamente, il cheloide è caratterizzato da una caotica disposizione, in vortici e spirali, delle fibre collagene.6

Non esiste una terapia definitiva per il trattamento delle cicatrici cheloidee. La prevenzione è fondamentale. E’ necessario ridurre al minimo la tensione cutanea a livello dei siti di chiusura, scegliendo delle incisioni che rispettano le linee di tensione della cute rilassata. Queste corrispondono per lo più all’orientamento delle rughe senili e sono perpendicolari al vettore dei muscoli sottostanti. Disporre le incisioni cutanee in corrispondenza di queste linee offre una serie di vantaggi, tra cui: un maggiore accostamento dei margini cutanei, una minore tensione delle suture e la possibilità di mascherare le cicatrici nelle pieghe naturali della cute.6

La terapia compressiva (per almeno 6 mesi) e l’applicazione a diretto contatto di un foglietto a base di silicone (per un periodo che varia da 6 a 12 ore al dì) sono risultati efficaci in differenti casi di cicatrici ipertrofiche e cheloidee.Ilmeccanismo di azione non è conosciuto; tuttavia con la compressione e l’occlusione, si ottiene un’aumentata idratazione dei tessuti con riduzione della tensione locale di ossigeno e riduzione del metabolismo tissutale e dell’attività dei fibroblasti.7

La terapia farmacologica si avvale invece dei corticosteroidi. Iniezioni intralesionali mensili di triamcinolone acetonide (2,5-40 mg/ML) sono in grado di appiattire le cicatrici inducendo atrofia e di ridurre l’irritazione locale ed il prurito.8


La radioterapia è stata recentemente rivalutata in associazione all’asportazione chirurgica ma i risultati sono ancora da verificare. La radioterapia è più efficace se somministrata nelle 2 settimane successive all’escissione chirurgica, ovvero durante l’attiva proliferazione dei fibroblasti.9

Di più recente introduzione è la terapia con gamma-inferferone che avrebbe la capacità di ridurre la produzione di mRNA per il collagene di tipo I e di tipo III e dei miofibroblasti.10

Come già accennato, non esiste una terapia definitiva e l’assenza di modelli animali validi certamente non è d’ausilio nello sviluppo di nuove e più efficaci terapie.